sabato 23 maggio 2015

Libri letti ultimamente MEN-OFF



MEN-OFF

Mendoza, Élmer
El amante de Janis Joplin (2001) – Balas de plata (2008)

Conoscere il castigliano per leggere i romanzi del messicano Mendoza è utile, ma non basta. Per andare avanti bisogna familiarizzarsi almeno con una dozzina di espressioni tipo chola, joto, merequetengue, ¿Qué onda?, ¡Òrale!  e Ahí nos vidrios cocodrilo. Ma una volta pagato lo scotto, ci si diverte come dei matti. Dei due, Balas de plata è un po’ più convenzionale, ma El amante de Janis Joplin è una vera delizia. Il protagonista è un perfetto cretino che guarda il mondo a bocca aperta (bocachula, lo chiama il comandante Mascareño), ma ha anche un braccio formidabile. Con un sasso può far fuori chiunque, per esempio Rogelio, il fidanzato di Carlota Amalia. Con un palla da baseball è un mago, tanto che i Dodgers se lo portano a New York. Ed è lì che, una sera, accanto al Chelsea Hotel, incontra Janis Joplin che gli chiede: “Ma tu non sei Chris Christofferson?” e poi se lo porta a letto. Tornato in Messico (i Dodgers lo scaricano subito), deve affrontare i parenti di Rogelio che vogliono vendicarsi. Dalla sua parte ha soltanto un cugino guerrigliero (El Chato) e un amico d’infanzia narcotrafficante (El Cholo). Per il resto David non ha problemi, non ha pensieri, non ha testa. Ha un braccio terrificante e un solo sogno: tornare a New York, ritrovare Janis Joplin e sposarla.


Monterroso, Augusto
Obras completas y otros cuentos (1959) – La oveja negra y demás fabulas (1969) – Viaje al centro de la fabula (1981) – La letra E: fragmentos de un diario (1987)

Disgraziatamente non c’è abbastanza spazio in questo blog per spiegare la grandezza di Augusto Monterroso. Se mi lasciate un pomeriggio di tempo posso provare a raccontarvi la storia di Leopoldo Ralón, lo scrittore munizioso, che in tutta la vita non arriva a scrivere mai una riga o quella dello scarafaggio sognatore (sognava di essere Franz Kafka). Se mi date in bianco trecento cartelle di spazio potrei provare a dirvi perché Onis è un assassino (anche se il palindromo suona solo nell’originale Onis es asesino). Monterroso è celebre per la brevità dei suoi racconti (un precursore della literatura portátil di Vila-Matas) e io la sto facendo lunga. Il suo racconto più famoso dice così: Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì. È il più breve della storia della letteratura. E io la sto facendo lunga, lo so. Ma io non sono Augusto Monterroso.
Nel suo libro di memorie Permiso para vivir, il peruviano Alfredo Bryce Echenique racconta un episodio troppo bello per essere vero. Un giorno si trova a parlare con Monterroso di Cortázar e vede che la faccia di quello si sbianca all’improvviso. “Ma perché, Cortázar esiste veramente? E dire che tutto quello che ho fatto in vita mia non è stato altro che plagiare Cortázar!”. La storia non finisce qui. Un anno dopo Bryce Echenique è a Parigi a casa di Cortázar che è in procinto di partire per il Messico. “Allora devi assolutamente andare a trovare Augusto Monterroso”, gli dice. E la risposta di Cortázar è: “¿Monterroso? Pero Monterroso existe? (...) ¡Pero si lo único que he echo yo en mi vida es plagiar a Monterroso!”. Non so se la storia sia vera. Non sono neppure sicuro dell’esistenza reale di Augusto Monterroso o di Julio Cortázar. O di Alfredo Bryce Echenique, se è per questo. Del resto non so neppure chi sono io. Quel che so per certo è che non sono Augusto Monterrroso. Disgraziatamente.


Moore, Christopher
Practical Demonkeeping (1992) – The Lust Lizard of Melancoly Cove (1999)

Refreshing. Non so come altro dirlo. E nemmeno come tradurlo. Ma leggere i libri di Christopher Moore è un’esperienza refreshing. È come se uno, in una giornata afosa piena di libri pesanti e supponenti, si trovasse a percepire un lieve refolo di vento. Leggero, per carità, leggero, ma emozionante. Moore introduce i suoi elementi fantasy (e dio solo sa se odio il fantasy) come se fossero dei dati di fatto, degli eventi quotidiani. Certo, se uno è un millenario mostro marino, ci sta che debba mangiare ogni tanto qualche essere umano. Questo almeno pensa Molly Michon. E voi la conoscete Molly, vero? L’avrete vista di certo nel ruolo di Kendra in Warrior Babe of the Outland. Vi ricorderete il suo bikini di pelle nero, il collare con le borchie a punta e la spada. Oppure l’avrete vista in Outland Steel: Kendra’s Revenge Il film che inizia con cinque minuti di nudo gratuito con Molly che fa la doccia, nonostante abiti in un pianeta del tutto sprovvisto d’acqua. Ma sì, Molly Michon, quella che adesso vive in un camper e riceve un assegno dallo Stato in quanto schizofrenica conclamata.
E questo non è che l’inizio. Ho altri dodici romanzi di Christopher Moore da leggere. Sono lì che mi aspettano e io non ho fretta. Ho solo una parola da dirvi: refreshing.


Offill, Jenny
Dept. of Speculation (2014)

È la storia di una scrittrice alle prese con un secondo libro che non ne vuol sapere di venir fuori. Una che vorrebbe diventare una art monster, cioè una donna che passa sopra a tutto e tutti pur di realizzare i propri sogni artistici. E che invece banalmente si sposa, fa una figlia e dopo un po’ scopre pure che il marito la tradisce. Punto. “Se qualcuno mi avesse chiesto di leggere un libro con una trama del genere mi sarei rifiutata,” dichiara la stessa Offill. La stessa cosa che ho pensato io quando ero già a metà, anche se a quel punto, perso per perso, ho pensato di finirlo. E ho fatto bene.
C’è gente che con la propria facilità di tessitura nasconde la povertà della sua stoffa. C’è gente che, se non scrive trecento pagine almeno, non si sente soddisfatta, Neanche la pagassero a cottimo. E c’è gente che sputa sangue, sudore e lacrime per ogni singola frase. Offill dice che quel che ha cercato di fare è stato “to say the most with the least”. Di dire il massimo con il meno possibile. Sia benedetta Offill e la sua fatica.
Sia Elaine Blair su The New York Review of Books che James Wood su The New Yorker trovano il modo di citare David Markson. Il trait d’union sarebbe la frammentarietà e, a volte, l’eterogeneità dei frammenti in questione. Con la differenza però che quelli di Markson sembrano i diari privati, non elaborati, crudi, di uno scrittore che sta preparando un libro. I materiali (anche eterogenei, anche frammentari) di Offill si affacciano, invece, nel suo libro già digeriti, frollati, assimilati, grazie a un gran lavoro di gomiti e di scalpello. E con un mucchio di midnight oil bruciato nell’impresa.

sabato 16 maggio 2015

Libri letti ultimamente LOU-McC





LOU-McC


Loughran, Peter
Dearest (1983)

Il primo libro di Loughran s’intitola The Train Ride ed è del 1967. Poi più nulla fino al 1983 con Dearest (a cui faranno seguito soli altri due titoli). I dati anagrafici di Loughran, peraltro, sono scarsi e disparati. Tutto questo basta perché nella mente di un critico francese, un perditempo di nome Thierry Cazon, si faccia strada un’ipotesi. Loughran ricomincia a scrivere nel 1983 che è esattamente il momento in cui smette di scrivere James Hadley Chase. E come tutti sanno, i libri di James Hadley Chase non li ha mai scritti James Hadley Chase, ma il suo amico Graham Greene. Dunque...
Ora, vi dirò la verità. Se questo libro è stato scritto da Graham Greene io sono Papa Giovanni Ventitreesimo. Dearest non è soltanto scritto male, ma è pensato male. Per tutta la prima parte seguiamo con fatica i pensieri più intimi di un tassista inglese. Un uomo che ci tiene a farci sapere la sua opinione su tutto, sulle donne, sulla politica, sul tempo, sull’immortalità dell’anima, sulle pulizie domestiche. E in particolare sulla sua donna che sì, sarà pure una sbandata, stronza, vagamente ninfomane, ma non per questo merita di essere massacrata e poi sepolta nel retro del camino di casa. Quando arriviamo a capire che quelle che stiamo leggendo sono le memorie di un assassino psicopatico ormai è fatta. Il personaggio è sgradevole, il libro pure. E non c’è redenzione possibile. Ora, quando tornate a casa e trovate il vostro critico francese preferito, dategli pure uno schiaffo. E ditegli che quello è lo schiaffo del Papa. Cioè il mio.


Madrid Juan
Un beso de amigo (1980) – Un trabajo facil (1984) – Flores el gitano (1989)

E dire che a me Juan Madrid era simpatico. Días contados (1993) non era un brutto libro. E la raccolta di racconti Un trabajo facil è piena di squarci interessanti, vicende appena accennate, atmosfere intriganti. Perfino Un beso de amigo funziona discretamente. Poi sono arrivato a Flores el gitano. Il numero di pagine (429) avrebbe già dovuto mettermi in guardia. Il libro, il primo di una serie, è di fatto un tie-in di una serie televisiva che in Spagna ha avuto un grande successo. Flores è il capo di una squadra speciale, è naturalmente il più bravo poliziotto della penisola, ha naturalmente un carattere di merda, è naturalmente adorato dai suoi collaboratori tra i quali spicca Carmela, una che si sarebbe facilmente laureata Miss Universo, ma che invece preferisce rischiare la vita a fare la poliziotta accanto a Flores. Insomma un diluvio di luoghi comuni in una vicenda che procede stancamente. Ah, dimenticavo: a un certo punto si capisce che Flores è teso, molto teso. E Madrid lo definisce “teso come una corda di violino pronta a strapparsi”. A quel punto manca soltanto che Madrid ci spieghi che gli occhi sono lo specchio dell’anima.


Manchette, Jean-Patrick
La position du tireur couché (1981)

Non riuscirò mai a capire l’entusiasmo (tutto francese) attorno al nome di Manchette. Anche questo La position du tireur couché non è male, ma non è esaltante. O comunque non più esaltante dei libri di Thierry Jonquet, Jean-Bernard Pouy, Didier Daeninckx o Daniel Picouly. L’unica spiegazione che riesco a darmi è che Manchette è arrivato prima. Lui inizia negli anni ’70 (gli altri un decennio dopo, Picouly anche più tardi) e questo può spiegare perché si pensa a lui come al capostipite di una nuova ondata del noir francese. In ogni caso, a leggerlo adesso, non c’è nulla di esaltante.


Markson, David
Epitaph for a Tramp (1959) – Epitaph for a Dead Beat (1961) – The Ballad of Dingus Magee, Beeing the Immortal True Saga of the Most Notorious and Desperate Bad Man of the Olden Days, His Blood-Shedding, His Ruination of Poor Helpless Females, & Cetera (1965) – Wittgenstein’s Mistress (1988) – Reader’s Block (1996) – This Is Not a Novel (2001) – The Last Novel (2007)

La leggenda vuole che David Markson, prima di concepire i suoi capolavori, abbia scritto due o tre romanzetti di genere, giusto per riuscire a pagare l’affitto a fine mese. Disgraziatamente la verità è un’altra. Markson ha scritto un paio di gialli decisamente gradevoli (i due Epitaph), più un’esilarante, irrefrenabile, deliziosa satira western intitolata The Ballad of Dingus Magee. Poi s’è fatto il viaggio di essere uno scrittore vero (peggio, uno scrittore postmoderno) e l’ha fatta fuori dal vaso. Wittgenstein’s Mistress è ancora ancora un romanzo. E la storia di Kate, l’ultima donna rimasta sulla Terra che ora vive al Louvre (dove brucia le cornici dei quadri per scaldarsi), al Prado o, più in generale, in giro per il mondo, Un mondo che è deserto, ma anche stranamente migliorato. Le acque della Senna e del Tamigi, per esempio, in mancanza di presenze e attività umane, sono tornate potabili.
Gli ultimi tre titoli, invece, non sono più neppure dei romanzi. Sono “an assemblage, non-linear, discontinuous, collage-like” come li definisce lo stesso Markson. Di fatto sono un centone di aneddoti. Una caterva di trivia, come li chiamano gli americani, ma non sulla figlia del fornaio o sul farmacista bensì su artisti, pittori, scrittori, musicisti e quant’altro. Scopriamo così che Arnold Schoenberg e George Gershwin erano compagni di tennis. Che Shakespeare e Cervantes sono morti apparentemente lo stesso giorno, il 23 aprile 1616 (in realtà a dieci giorni di distanza per via dei differenti calendari). Che la prima traduzione inglese di Madame Bovary è stata fatta da una figlia di Karl Marx. Che Auden definiva Rilke “la più grande poetessa lesbica dopo Saffo”. Che Kandinskij, Tennyson, Nietzsche e Maria Callas erano miopi. Che Montaigne non sapeva nuotare e sfortunatamente neanche Shelley. Che Wittgenstein suonava il clarinetto e Malcolm Lowry l’ukulele. Che Kipling è stato (probabilmente) il primo scrittore a possedere un’automobile. E Conan Doyle (probabilmente) il primo inglese a prendere una multa per eccesso di velocità. Che al funerale di Musil erano presenti solo otto persone. Appena a tre a quello di Stendhal. E una sola al funerale di Leibniz (il suo segretario). Che Prokofiev muore lo stesso giorno di Stalin. Aldous Huxley lo stesso giorno di John Fitzgerald Kennedy. E Nathanael West lo stesso giorno di Francis Scott Fitzgerald (e i due erano stati a cena assieme appena una settimana prima). Insomma, più che romanzi, sono delle miniere d’oro per i redattori della “Settimana enigmistica”. In particolare per le rubriche Spigolature, Strano, ma vero e Forse non tutti sanno che.


Martínez, Guillermo
Acerca de Roderer (1993) – La muerte lenta de Luciana B. (2007)

Di Martínez avevo già letto Crimenes imperceptibles (portato poi al cinema da Alex de la Iglesia col titolo Los crimenes de Oxford) e m’era piaciuto. Io, del resto, ho un debole per gli scrittori che hanno studiato matematica, quindi con me Martínez gioca facile. Acerca de Roderer, la sua opera prima, è un bel romanzo di formazione/dissoluzione. Nel senso che il protagonista alla fine andrà a studiare logica a Cambridge, mentre Roderer morirà in preda alla follia. Si gioca a scacchi, si discute di indecidibilità, si parla del teorema di Gödel e di quello di Seldom (che è anche il nome del professore di Los crimenes de Oxford, cosa che fa di questo romanzo quasi un prequel). Con La muerte lenta de Luciana B., invece, precipitiamo nel buio fitto. Luciana B. è convinta che il celebre scrittore Kloster voglia ucciderla. E che nel recente passato le abbia già ucciso un fidanzato, un fratello, la madre ecc... Kloster, da parte sua, nega l’ipotesi e ha gioco facile nel dimostrare che tutte quelle morti sono accidentali. E il bello è che il libro alla fine non scioglie il dubbio. Si dà il caso cioè che l’espressione “Kloster ha ucciso il fidanzato di Luciana B.” non sia né dimostrabile, né confutabile all’interno del libro. Ovvero che sia indecidibile. Un po’ come lo è l’aritmetica di Peano secondo il teorema di Gödel. Non vi avevo detto che Martínez ha studiato matematica?


McCoy, Horace
Frost Rides Alone (racconto, 1930) – The Mopper-Up (racconto, 1931) – Bombs for the General (racconto, 1932) – Trapped by Silver (racconto, 1933)


 A McCoy l’ha rovinato dal cinema. (Un altro come lui è Jonathan Latimer). Nel senso che se non avesse perso metà della vita a lavorare dietro a sceneggiature di scarso rilievo, chissà quanti altri libri sarebbe riuscito a scrivere. Così com’è, ne ha firmati appena sei. Ma con uno di questi, Non si uccidono così anche i cavalli?, si è preso anche una bella rivincita, perché uno dei suoi migliori romanzi (che all’epoca nessuno studio cinematografico voleva, costringendolo invece a scrivere sciocchezze di serie B) è diventato anche un grande film di Sidney Pollack. I quattro racconti che ho trovato on line non sono niente di clamoroso. Ma andatevi a leggere Kiss Tomorrow Goodbye o No Pockets in a Shroud o I Should Have Stayed Home o Scalpel o Corruption City e poi ne riparliamo.

domenica 10 maggio 2015

Libri letti ultimamente IBA-LIC




IBA-LIC


Ibargüengoitia, Jorge
Maten al león (1969) – Estas ruinas que ves (1975)

Irresistibile. Ci sono scrittori che alzano la voce e scrittori che parlano piano. Scrittori che usano effetti speciali e scrittori capaci di lasciar trasparire le cattiverie più feroci con grande leggerezza, quasi di nascosto, quasi senza darlo a vedere. Ibargüengoitia è uno di questi. Uno capace di far emergere il senso del ridicolo tra una preposizione articolata e un sostantivo, tra una notazione ironica e un understatement appena accennato. Maten al león si svolge in un’isola oceanica dominata da un dittatore, Estas ruinas que ves fa parte della tetralogia di “Plan de Abajo”, un’immaginaria regione del Messico. Dei suoi personaggi, dopo che Ibargüengoitia se li è tranquillamente e saporitamente masticati, non ne esce uno vivo. Non vi stupirà sapere che i suoi libri piacevano a Calvino.


Iyer, Lars
Nude in Your Hot Tub Facing the Abyss (A Literary Manifesto after the End of Literature and Manifestos) (2011) – Wittgenstein jr (2014)

Wittgenstein jr è la storia di un professore di filosofia di Cambridge che, a parte il fisico, somiglia molto al Wittgenstein vero. Non prepara le lezioni, dice delle cose che non si capiscono, fa domande astruse ai suoi studenti, scrive una parola alla lavagna e poi resta mezz’ora a guardar fuori dalla finestra. È per questo che i suoi studenti lo chiamano Wittgenstein. Lars Iyer è un professore di filosofia che scrive romanzi, ma in questo caso scrive un racconto lungo, inspiegabilmente stiracchiato fino ad arrivare alla lunghezza di un romanzo breve. Ed è un peccato perché Iyer delle qualità le ha. Il suo manifesto letterario (l’articolo pubblicato sulla White Review nel 2011) è davvero interessante. Lo trovate qui (http://www.thewhitereview.org/features/nude-in-your-hot-tub-facing-the-abyss-a-literary-manifesto-after-the-end-of-literature-and-manifestos/), quindi non provo neanche a riassumerlo. Vi basterà sapere che gli unici tre scrittori che cita e che giudica notevoli nel panorama attuale sono Enrique Vila-Matas, Thomas Bernhardt e Roberto Bolaño. Di Bernhardt non so nulla perché non leggo in tedesco, ma siamo tutti d’accordo nel pensare che dopo la morte di Bolaño (e di García Márquez), Enrique Vila-Matas sia il più grande scrittore vivente de habla hispana. Vero?


Lemebel, Pedro
La esquina es mi corazón: crónica urbana (1995) – Loco afán: crónicas de sidario (1996)

Pedro Lemebel è stato molte cose. Scrittore, oppositore della dittatura cilena, attivista per i diritti degli omosessuali, autore teatrale e di programmi radiofonici, attore col gruppo Las yeguas del apocalipsis, cronista delle notti cilene al tempo del coprifuoco e delle notti cilene al tempo in cui tutto era permesso. Insomma, tutto tranne che poeta. E poi è morto di Aids a gennaio di quest’anno e chi sono io per raccontarvi in due righe tutto quel che ha fatto Lemebel in vita sua? Quel che posso dire però è che, se entrate ai Baños de hombres Placer, vi danno un lenzuolo per coprirvi, un campioncino di sciampo (una caluga de champú), un sapone Popeye e un paio di zoccoli di legno.
“Así se puede vitrinear libremente dejando que la mirada resbale por los peldaños de la celulitis, que reproduce la decadencia del inmueble. Como si las cicatrices de vesícula se prolongaran en las grietas de las baldosas, o las hernias umbilicales fueran cañerías tapadas por el sarro, y los techos cuarteados un cielo de estómagos con cirrosis. Y todo esto junto, formara un gran friso escultórico cocinándose al baño maría.” (da Escualos en la bruma, in La esquina es mi corazón)
Adesso provate a leggerlo ad alta voce. Anche se non capite tutte le parole, anche se sbagliate qualche pronuncia chissenefrega. Leggetelo ad alta voce. Adesso capite perché Roberto Bolaño definiva Lemebel “il più grande poeta cileno della sua generazione”.


Le Rouge, Gustave
Le mystérieux docteur Cornélius (L’énigme du “Creek Sanglant” – Le manoir aux diamants – Le sculpteur de chair humaine – Les Lords de la Main Rouge – Le secret de l’île des pendus – Les chevaliers du chloroforme – Un drame au Lunatic-Asylum – L’automobile fantôme – Le cottage hanté – Le portrait de Lucrèce Borgia – Coeur de gitane – La croisière du Gorill-Club – La fleur du sommeil – Le buste aux yeux d’emeraude – La dame aux scabieuses – La tour fiévreuse – Le dément de la maison bleue – Bas les masques!) (1912-1913)

Gustave Le Rouge aveva come modello e punto di riferimento Jules Verne. Se non fosse che in Verne l’immaginazione profetica diventa carne e sangue della narrazione, mentre in Le Rouge serve semplicemente come rattoppo per mandare avanti la storia. Ovvero Verne costruiva mondi, Le Rouge più modestamente, immagina un gruppo di personaggi e quando non sa come trarsi d’impaccio s’inventa cose improbabili come la lebbra verde. I personaggi stessi sono tagliati con l’accetta. I buoni sono buoni e i cattivi cattivi. Anzi i buoni sono immisericordiosamente e stupidamente buoni (e schifosamente ricchi) mentre i cattivi hanno tutti un lampo di malvagità nello sguardo, così che possiamo stare tranquilli, non avere mai dubbi. Per ogni nuovo personaggio che entra in scena, in capo a tre righe sappiamo subito da che parte sta.
Detto questo la saga del dottor Cornélius è molto divertente. Ci sono nefandezze scientifiche che non le salterebbe un cavallo. Ci sono ingenuità romantiche che ispirerebbero sarcasmi a una suora di clausura. Ma l’azione è incalzante e non ci si annoia mai. E poi c’è la storia di Agénor Marmousier, poeta squattrinato, che in un ristorante di bassa lega incontra miracolosamente lord Astor Burydan, miliardario, detto anche Milord Bamboche. Agénor non sa come pagare il conto, Lord Burydan non sa come passare il tempo e si annoia mortalmente. Tra i due viene stipulato un contratto: “Vous êtes un poète et, comme tel, vous êtes homme d’immagination,” dice Lord Astor. “Empêchez-moi de m’ennuier, trouvez-moi des sensations neuves, placez moi dans des situations extraordinaires et périlleueses, en un mot, soyez l’auteur de la pièce dont je serai l’acteur et qui sera ma vie. Tâchez de réaliser pour moi l’impossible...” (Le secret de l’île des pendus, p. 256). E adesso ditemi se non è vero che questa è una di quelle storie che potrebbero piacere a Enrique Vila-Matas.


Lichtenberg, Tom
Zombie Nights (2010)

Ovvero come si diventa ciò che si è. Zombie Nights è la storia di un cretino che rimane ucciso in un intreccio di balordi malavitosi e che poi si risveglia come zombie. Insomma cretino era e cretino rimane. Tom Lichtenberg non è nessuno, è un indie. Il suo romanzo non è nulla (e poi a me non piacciono le storie di zombie). Uno di quei romanzi da leggere e buttare via. Ma mentre lo stai facendo, mentre lo lasci sulla panchina del parco o nell’atrio partenze dell’aeroporto, lo sai che ti resta appiccicato in faccia quello strano sorrisetto idiota e l’idea chiara e netta che prima o poi andrai a cercare altri romanzucci come questo, altri romanzi di Tom Lichtenberg.

sabato 2 maggio 2015

Libri letti ultimamente GIA-HOW




GIA-HOW



Giardinelli, Mempo
Luna caliente (1983)

Non si fa fatica a capire come mai questo libro sia piaciuto a quel vecchio porco di Vicente Aranda (al punto da farne un film nel 2009). Ramiro Bernárdez è un giovane dottore che una sera violenta una bambina di tredici anni di nome Araceli. Certo lei è un po’ puttana e poi c’era la luna... Non contento d’averla violentata, la picchia e la lascia per morta nel suo letto. Come se non bastasse, la notte stessa ammazza il padre di lei, alcolista e rompicoglioni, con l’idea di scaricare su di lui la morte della ragazza. Poi torna a casa e si mette a dormire. Dopo appena qualche dozzina di pagine ci ritroviamo dentro un perfetto incubo maschile. Ma è tutto troppo facile. Stupro, omicidio, fuga, tutto avviene come in un sogno. Anche perché poi la ragazza non è morta e la mattina dopo si presenta a casa di Ramiro. Inestinguibile come un desiderio. E ne vuole ancora. Naturalmente il nostro viene sospettato dell’omicidio, ma, come gli spiega il poliziotto (e come capita in ogni intreccio kafkiano), c’è un modo per uscirne puliti. Un modo semplice semplice. Lui deve soltanto confessare e loro gli assicurano la completa impunità. Noi stiamo costruendo una nuova Argentina (siamo all’epoca della dittatura), dice il poliziotto, e contiamo su persone come lei per questo. Sarebbe una via d’uscita facile, ma Bernárdez ne sceglie una più facile ancora. Scappa all’estero. Va a vivere in un albergo. E qualche giorno dopo gli dicono dalla reception che c’è una che chiede di lui. Una ragazza giovane. Casi una niña. È ancora lei. Il suo revenant. Il suo chiodo fisso. Inestinguibile come una sete.
É probabile che a una donna questo libro faccia un effetto completamente diverso, ma per noi maschi questo è un incubo dal quale non si esce intatti.


González Ledesma, Francisco
Expediente Barcelona (1983)

Anche soltanto trent’anni fa González Ledesma avrebbe scritto saporiti e guizzanti romanzi gialli lunghi 120 pagine o poco più. Oggi purtroppo va avanti ben oltre le trecento pagine e non sa dove fermarsi. Forse, prima di scartarlo del tutto, bisognerebbe leggere qualche altro suo libro. Ma questo non è di certo un buon inizio. (P.S. González Ledesma è morto qualche mese fa e, come si dice, de mortuis nihil nisi bonum...)


González Vera, José Santos
Alhué. Estampas de una aldea (1928)

Queste sono le delizie dei libri immateriali. Alejandro Zambra dichiara che i suoi due punti di riferimento nella letteratura cilena sono Juan Emar e José Santos González Vera. In tempi normali (ai miei tempi) (et ça ne nous rajeunit pas) mi sarei semplicemente segnato i due nomi nell’improbabile evenienza di trovare da qualche parte i loro libri. Oggi m’è bastato andare online per trovare quattro titoli di Juan Emar e questo Alhué di Gonzalez Vera. Ora, dovessi dire che ho capito perché a Zambra (che è davvero bravo a scrivere) piaccia così tanto González Vera, direi una bugia.



Hare, Cyril
He Shoud Have Died Hereafter / Untimely Death (1958)
Classico whodunit, ambientato nella provincia inglese. Datato che peggio non si potrebbe.


Hjortsberg, William
Gray Matters (1971) – Nevermore (1994)

Hjortsberg è più famoso per Angel Heart che credo appartenga al genere horror (non lo so, il film non l’ho mai visto). Ma Hjortsberg è un eclettico che ha frequentato diversi generi nella sua carriera. Tra le altre cose ha scritto anche una biografia di Richard Brautigan e questo non può che rendermelo simpatico. Gray Matters è un libro di fantascienza, anche se non particolarmente invitante e originale. Nevermore invece è un giallo storico i cui protagonisti sono Houdini e Conan Doyle. E dietro di loro Edgar Allan Poe, Damon Runyon e perfino Buster Keaton. Non è sgradevole. Certo Hjortsberg poteva farla anche meno lunga, ma si lascia leggere con piacere.


Hornung, E. W.
The Amateur Cracksman (racconti, 1899) – Dead Men Tell No Tales (1989) – Raffles, Further Adventures of the Amateur Cracksman (racconti, 1901) – The Shadow of the Rope (1902) – No Hero (1903) – Stingaree (1905) – A Thief in the Night (racconti, 1905) – Mr. Justice Raffles (1909)

In qualunque fiction la funzione della spalla è quella di far sapere al lettore quel che deve sapere, senza aver l’aria di farlo. Nel genere giallo, però, la spalla assume un ulteriore connotato: quello di nascondere al lettore le deduzioni del protagonista. La spalla racconta, ma è un po’ stupida e quindi non rovina il colpo di scena finale a cui solo il geniale detective poteva arrivare. Capita con Holmes e Watson. Capita con Nero Wolfe e Archie Goodwin. In questo caso capita con Arthur Raffles e Bunny Manders. Con un’aggravante. Hornung dichiara apertamente d’essersi ispirato per la sua coppia non tanto a Conan Doyle, quanto a due personaggi reali: Oscar Wilde e al suo compagno Bosie (Lord Alfred Douglas). Ed è così che tutte le reticenze che saggiamente Raffles mantiene nei confronti di Manders diventano occasioni per imperdonabili scenate di gelosia. Bunny, quando parla di Raffles, non può pare a meno di dire chiaramente che lo ama. Solo Raffles non se ne accorge o fa finta. Impegnato com’è a sedurre tutti i maschi che gli capitano a tiro.
Detto questo i racconti con Raffles protagonista sono decisamente divertenti (molto meno gli altri romanzi, quelli in cui lui non compare). Il personaggio ebbe un discreto successo agli inizi del Novecento e negli anni Settanta divenne anche protagonista di una serie tv. Se oggi non è così famoso come Fantomas o Bulldog Drummond o Simon Templar lo si deve a un vizio di base (un inherent vice). Raffles è un ladro, dunque è cattivo. É il cattivo della storia. Quindi tutta la sua saga ha poco fiato. Per renderlo meno cattivo Hornung a un certo punto prova a fare di lui un patriota e lo iscrive come volontario alla seconda guerra anglo-boera. Col problema che, essendo un ricercato, non può presentarsi all’esercito con la sua faccia, ma deve almeno tingersi i capelli (in inglese to dye). Ed è lì che pronuncia la frase memorabile: “I always told you that I was ready to dye for my country”. A riprova del fatto, tra l’altro, che Raffles andava pazza per i travestimenti.


Howard, Jonathan L.
Johannes Cabal the Necromancer (2009) – Johannes Cabal the Detective (2010) – The House of Gears (racconto, 2011)

In genere amo poco le storie di negromanti, diavoli forcuti e soprannaturali sospensioni di credulità. Ma Jonathan Howard scrive con grande piglio e sveltezza. Spesso non crede neppure lui a quel che scrive. Insomma non si prende sul serio. Certo, ogni tanto Johannes Cabal si lascia cogliere da dilemmi morali dei quali faremmo volentieri a meno, ma per buona parte del tempo si diverte a fare quel che fa e non si pone altri problemi. Memorabile, per esempio, il guardiano dell’inferno che in vita era un burocrate e oggi tormenta le anime dannate con interminabili moduli da compilare, ancor prima che queste possano accedere alle sevizie dell’inferno vero e proprio. Normalmente non faccio follie per questo genere di storie, ma Jonathan Howard riesce bellamente a disinnescare tutte le mie naturali e giustificatissime prevenzioni.

venerdì 24 aprile 2015

Libri letti ultimamente FAN-GAR



FAN-GAR


Fante, John
The Brotherhood of the Grape (1977) – Wine of Youth (racconti, 1985)

Come si fa a non amare John Fante? Soprattutto dopo aver letto Chiedi alla polvere e Aspetta primavera, Brandini. Dopo aver letto tutto quello che ha scritto, comprese le cose meno riuscite come Dreams from Bunker Hill. Poi arrivi alla fine e apri con trepidazione The Brotherhood of the Grape e un po’ ti dispiace perché è l’ultimo, è l’unico che ti manca. E scopri che è la storia di uno scrittore di origine italiana con un padre alcolista, scorbutico e fumatore di Toscanelli e con una madre eternamente piangente, ma bravissima a cucinare spaghetti e pollo alla cacciatora. E poi vieni a sapere che il padre, ormai anziano, vuole metter mano alla sua ultima opera di mastro muratore e quindi costringe il figlio scrittore ad aiutarlo ecc... Possibile che John Fante non abbia mai parlato d’altro? Possibile che in tutta la sua vita abbia scritto sempre lo stesso libro?


Fearing, Kenneth
The Big Clock / No Way Out (1946) – The Generous Heart (1954)

Francis Lacassin, nel suo Mythologie du roman policier (10/18, 1974, 2 voll.), dedica un intero capitolo a Kenneth Fearing. In particolare di The Big Clocks scrive: “chef-d’oeuvre déjà oublié d’un americain inconnu”. I francesi adorano queste cose. Se dai loro discorsi critici elimini le espressioni “capolavoro dimenticato” e “genio misconosciuto”, non rimangono che due o tre preposizioni articolate, tre avverbi, più l’aggettivo incontournable. In realtà Kenneth Fearing non era un genio, però scriveva poesie ed era anche mezzo comunista e questo è quel che basta a un critico francese medio per lasciarsi andare all’iperbole. The Big Clock, è vero, è un buon libro (l’hanno portato al cinema un paio di volte). Poi quando leggi anche The Generous Heart scopri che sono costruiti tutti e due allo stesso modo: ogni capitolo ha la sua voce narrante. Questa variabilità del punto di vista permette di imbrogliare bene la trama, di nascondere gli indizi, insomma, di tenere il lettore in sospeso tra quel che gli dicono e quel che succede realmente. Dunque Kenneth Fearing è bravo, è da leggere, è uno scrittore interessante, mais pas tellement.


Fogwill, Rodolfo Enrique
Muchacha Punk (racconto, 1980)

Fogwill lavorava in pubblicità quando il successo di questo racconto breve lo convinse a dedicarsi al più duro e ingrato mestiere di scrittore. Poteva anche risparmiarselo.



Franco, Jorge
Rosario Tijeras (1999)

Sullo sfondo ci sono i narcos. In primo piano c’è lei Rosario Tijeras, donna fatale, perduta, assassina (con le forbici, naturalmente), tenera amante ecc... Il romanzo dovrebbe essere un thriller mozzafiato e sanguinolento (in Colombia ne hanno fatto pure una serie tv), in realtà è semplicemente una storia d’amore. Il caso è classico, lui ama lei, ma lei ama l’amico di lui. Il fatto che i due maschi del trio vengano da famiglie borghesi, mentre lei è una malafemmena, rende il tutto un po’ ovvio. Vediamo tutto dal punto di vista del maschio sfigato, quello che arriva a rovinarsi la vita pur di restarle accanto. E questo spegne un po’ la tensione. Ma il personaggio di Rosario è di quelli che non si dimenticano.




Fuguet, Alberto
Tinta roja (1998)

Alberto Fuguet è cileno, dunque è sudamericano, dunque scrive libri con gli uccelli che parlano e i vecchi che non muoiono mai (il realismo magico di García Márquez, per intenderci). Tutto sbagliato. Allora ricominciamo da capo. Alberto Fuguet è cileno e scrive libri sul Cile attuale, così come capita in tutti i paesi del mondo. Questo è la storia di un apprendista giornalista di nera che vorrebbe diventare scrittore. Fuguet è bravo ad andare avanti per flash, tra ammazzamenti, suicidi, bassezze varie e sprezzanti dichiarazioni di cinismo. Memorabile il personaggio di Faúndez, il capocronaca, quello che tiene nel cruscotto le foto dei morti ammazzati per andare, di lì a qualche settimana, a portarli alle vedove col dichiarato intento di consolarle a letto. Esiste tutta una letteratura oltre García Marquez. E in diversi casi è anche buona.



García Márquez, Gabriel
Noticia de un secuestro (1996) – Memoria de mis putas tristes (2004)

Ok, García Márquez è quello che scrive libri con gli uccelli che parlano e con i vecchi che non solo non muoiono mai, ma non smettono neppure a ottant’anni di scopare. Però quanto è bravo a scrivere. Memorias de mis putas tristes è il suo ultimo romanzo è non è tra le sue cose migliori, ma prendete un libro come Noticia de un secuestro. Di fatto è un reportage su un caso di cronaca e quindi è pieno zeppo di personaggi reali. Per un colombiano saranno tutti famosi, ma un non colombiano fa fatica a seguirli. Eppure lo leggi lo stesso d’un fiato. (Gabo da giovane faceva il giornalista e si sente).

venerdì 17 aprile 2015

Libri letti ultimamente DUJ-EMA




DUJ-EMA


Dujardin, Édouard
Les lauriers sont coupés (1888)

James Joyce ammette di essersi ispirato, per la tecnica del monologo interiore, al libro di Dujardin Les lauriers sont coupés. Questo basta a ritagliare per Dujardin un luogo nella storia della letteratura. Peccato che il libro sia di una noia mortale. Il monologo interiore (in particolare un libro tutto scritto in monologo interiore) ha un grosso difetto: tutto quello che veniamo a sapere della storia proviene da un’unica fonte: dalla voce narrante. Tutto quel che sappiamo, allora, è che il protagonista è perdutamente innamorato dell’attrice Lea D’Arsay, una donna che lui ama e rispetta. Si vedono a casa di lei, vanno in giro in carrozza, ma lui non la tocca neanche con un dito perché lei è un angelo, un essere superiore. Soltanto a metà libro cominciamo a capire che in realtà questa è una stronza assetata di denaro che si fa praticamente mantenere da quell’idiota del protagonista, mettendogli anche le corna, ma senza concedergli neanche un bacio o un’effusione un po’ ardita. Solo che a quel punto il libro si è già liquefatto e la vostra capacità di sopportazione è ormai giunta al limite.


Einstein, Charles
The Bloody Spur / While the City Sleeps (1953)

È chiaro che con un cognome così fai fatica a farti prendere sul serio come scrittore. Tant’è vero che il suo fratellastro Albert è stato costretto a farsi chiamare Albert Brooks per poter cominciare la sua carriera di attore (con Taxi Driver di Scorsese, no less). Ma Charles forse non ha mai avuto grandi aspettative riguardo alla storia della letteratura. La sua vera passione è stata il giornalismo. The Bloody Spur (che nel 1956 Fritz Lang portò al cinema col titolo Quando la città dorme) è effettivamente un giallo con tanto di serial killer, è vero. Ma quel che vi resta in mente alla fine è l’intreccio di interessi, corruzione e meschinità che si scatena nella redazione di un giornale. Alla fine del libro ne saprete di più su come gestire le notizie via telex, come si fa una ribattuta, come si compone un titolo a tutta pagina. Del colpevole della vicenda, il Lipstick Killer, non vi ricorderete neanche il nome.


Ellman, Richard
James Joyce (1959, rev. 1982)

Le biografie sono fatte così, nel raccontare la vita di un genio non si fermano davanti a nulla, nemmeno alla lista dei calzini da mandare in lavanderia (cfr. Woody Allen, The Metterling Lists). Del resto è così che si arriva a 744 pagine (più 68 di note). Per esempio, chi è che nel 1922 va a Cannes a comprare delle cravatte per Joyce? Robert McAlmon. E chi è Robert McAlmon? È l’amante di Hilda Doolittle, il primo marito di Bryher, l’autore di Being Geniuses Together, nonché primo dattilografo per Joyce del monologo finale di Molly. Son cose che, quando le sai, ti possono cambiare la vita.
Ma dalla lettura del libro di Ellman si evincono anche altre cose, più importanti di questa. Per esempio che Joyce era umanamente uno stronzo. Uno che prendeva i soldi in prestito da tutti senza la minima intenzione di ridarli indietro. Così, giusto perché lui era un genio e gli altri no. Si scopre anche che molte delle cose che avevi letto nell’Ulisse e che non avevi capito (e ti eri sentito un cretino) in realtà non nascondevano significati reconditi e profondi. Erano soltanto dei banali riferimenti alla vita di Joyce, alle persone di sua conoscenza. In particolare, se c’era qualcuno che gli aveva fatto uno sgarbo o gli era semplicemente antipatico lui lo puniva mettendolo nel libro sotto la luce peggiore possibile. Neanche fosse Dante con La divina commedia.
Si scopre anche che non a tutti il libro era piaciuto subito. La prima edizione dell’Ulisse uscì in tre versioni. Un centinaio di copie in Holland paper, firmate dall’autore, al costo di 350 franchi; 150 copie in vergé d’arches da vendere a 250 franchi e 750 copie in carta più ordinaria al prezzo di 150 franchi. La copia che comprò Bryher (ovviamente quella autografa, Bryher era miliardaria) oggi la trovate in vendita presso Jonkers.co.uk alla modica cifra di 250.000 sterline. George Bernard Shaw invece non fu così lungimirante. “Sono un anziano gentiluomo irlandese,” scrisse in risposta alla lettera di Sylvia Beach. “E se lei pensa che un qualunque irlandese, per non parlare di un anziano irlandese, sia disposto a spendere 150 franchi per un libro, vuol dire che conosce poco i miei connazionali.” E quando gli fecero notare che anche Ezra Pound ne aveva comprata una copia, Shaw rispose seccamente: “I take care of the pence and let the Pounds take care of themselves”.


Emar, Juan
Ayer (1935) – Un año (1935) – Miltín 1934 (1935)

Álvaro Yáñez Bianchi, alias Juan Emar, nasce a Santiago del Cile il 13 novembre 1883, dunque è cileno. “Todo el mundo en Chile es chileno, es algo desesperante.” (Miltín 1934, p. 36). Juan Emar nasce a Santiago e nasce bene, visto che il padre è il fondatore del giornale La Nación. Questo gli permette di andare a vivere a Parigi, come segretario dell’ambasciata, e poi tornare in patria e fare il critico d’arte di un giornale (naturalmente La Nación). È qui che nasce il suo pseudonimo Jean Emar (poi Juan Emar) sul calco dell’espressione francese “j’en ai marre”. Nel 1935 improvvisamente pubblica tre romanzi: Ayer, Un año e Miltín 1934. Le reazioni critiche sono straordinarie. Non ne parla nessuno. Come se l’intera classe dei critici letterari cileni fosse stata colta da un conato d’irreprimibile imbarazzo e di riserbo. Di lì in poi, se si eccettua una raccolta di racconti del 1937, in tutta la sua vita, volontariamente, non pubblicherà più nulla. Come se si fosse stancato di tutto e di tutti. J’en ai marre. Alla sua morte, a Santiago, l’8 aprile 1964, verrà ritrovato il testo incompleto del romanzo che s’era messo a scrivere in quei trent’anni di silenzio. Un testo di appena 5318 pagine. Io possiedo soltanto la prima parte di questo lavoro, El globo de cristal, che conta soltanto 1113 pagine. Non appena avrò un attimo di tempo mi metterò anche a leggerlo.
Cosa dire dei tre libri che ho letto di Emar? Che condivido l’imbarazzo dei critici cileni dell’epoca. Difficile catalogarlo in un genere. Difficile capire dove volesse andare a parare. Però ci sono alcune cose che mi restano ben chiare in mente. E sono le seguenti.
1) Uno struzzo può ingoiare letteralmente una leonessa ed evacuarla di lì a poco quasi senza soffrire.
2) Gli uomini esistono per attraversare vetrine. E una volta attraversate, consumare film bibite e oggetti vari. Se non esistessero le vetrine l’umanità si disperderebbe ai quattro punti cardinali e affogherebbe rapidamente negli oceani o lentamente nelle sabbie dei deserti.
3) Dichiarazione di poetica ripresa da Baudelaire: “À chaque lettre de créancier, écrivez cinquante lignes sur un sujet extra-terrestre et vous serez sauvés”. (Emar era ricco e non ha mai avuto problemi di creditori, nonostante questo ha scritto spesso su argomenti extraterrestri).
4) Antofagasta è una città fatta esclusivamente di lana.
5) Dio assicura che non sono mai giunte alle sue orecchie le preghiere degli uomini e che le voci sentite da Giovanna d’Arco non erano Sue, né di nessuno dei suoi familiari. Dio ha due fratelli e una sorella. Nessuno dei suoi fratelli crede che Dio sia Dio.
6) Se andate alla Taberna de los Descalzos e scendete nei bagni, troverete degli orinatoi con cinque fori di scolo messi a croce. L’abilità sta nel passare ciclicamente sui quattro fori esterni senza mai colpire quello centrale. Ma se per caso sul terzo foro va a posarsi una mosca allora potrete sperimentare una regressione universale, si spalancherà di fronte a voi un abisso spazio-temporale al fondo del quale tutto vi verrà rivelato e tutte le verità si presenteranno chiare e limpide ai vostri occhi. Disgraziatamente, tornando a casa, non ne ricorderete neppure una.