sabato 11 aprile 2015

Libri letti ultimamente DIF-DOO


DIF-DOO


Di Filippo, Paul
Ribofunk (racconti, 1996) – Scab’s Progress (con Bruce Sterling, racconto, 2000) – Shipbreaker (racconto, 2002) – Neutrino Drag (racconto, 2004)

Scriveva Roland Barthes che quel che accomuna Sade, Fourier e Loyola è il fatto che tutti e tre fossero dei fondatori di lingue, prima ancora che di utopie, sacrifici o supplizi. Questo problema investe anche qualsiasi scrittore di fantascienza che, nell’immaginare un futuro, si trova costretto a inventarsi anche le parole che vadano assieme a quel futuro. Con l’aggravante che il loro lettore vive invece in questo presente e che quindi avrà bisogno sempre di qualche spiegazione per qualunque neologismo. Qui si gioca la riuscita o meno di ogni scrittura fantascientifica. Questo per dire che Philip Dick e William Gibson sì. Sterling e Egan a tratti. Paul Di Filippo con fatica.
Di Filippo costruisce un suo mondo pieno di organismi geneticamente inediti, in cui va considerato umano chi possiede almeno un 51% di patrimonio genetico umano (ibridato comunque con pezzi di altri animali). Chi è sotto il 51% è soltanto uno “spice” e dunque uno schiavo. Poi Di Filippo usa “eft” per dire dollari, “dirty harry” per poliziotto ecc... Il suo guaio è che non sa dove fermarsi. Ci sono intere frasi in cui le uniche parole di inglese corrente sono “if”, “then” e “watermelon”. E questo affatica la lettura (per non parlare dell’eventuale traduttore). Di Filippo è bravo a inventare, ma esagera. Come direbbero gli americani: “too much of a good thing”.


Dodge, Jim
Fup (1983)
Il nonno ha 99 anni e beve solo Ol’ Death Whisper, un whisky fatto in casa che lo rende immortale (o almeno così gli ha detto l’indiano che in punto di morte gli ha dato la ricetta). Tiny è il nipote e passa il tempo a costruire staccionate e a lottare contro il suo nemico mortale, un cinghiale di nome Lockjaw. Fup è un’anatra selvatica (Fup duck. Do you get it? Fucked Up) e si rifiuta di volare. Al drive-in ci vanno perché Tiny e il nonno amano i western (ma il nonno sta sempre dalla parte dei banditi), mentre Fup preferisce i film romantici. Poi Fup muore e risorge, Lockjaw muore e basta, Tiny smette di costruire staccionate e Jake, il nonno, muore il giorno dopo aver compiuto un secolo. E il suo ultimo pensiero prima di morire è “Well goddamnit, I was immortal till I died”.
Ma questo non è niente (è l’opera prima di Jim Dodge, lunga una cinquantina di pagine appena). Piuttosto vi consiglio (I suggest you, I urge you, I beg you, I implore you) di leggere Not Fade Away e soprattutto Stone Junction. An Alchemical Potboiler, un libro nel quale potrete anche scoprire come si fa a diventare invisibili. Non vi stupirà sapere che la prefazione gliel’ha scritta Thomas Pynchon.


Dominique, Antoine Louis
Le Gorille et le barbu (1955) – Le Gorille se mange froid (1955)
Prolifico è dire poco. Tra il ‘54 e il ‘61 riesce a scrivere più di 50 romanzi. Anno di grazia è il 1956 quando ne fa uscire uno al mese. Nel 1978 riparte con una collana tutta sua (edita da Plon) nella quale pubblica soltanto 21 nuovi titoli in sei anni. Chissà forse la vecchiaia.
Il suo protagonista è una “barbouze”, una spia un po’ ruspante (è così grande e grosso che lo chiamano il Gorilla), ancora lontana dai gadget tecnologici di 007, immersa in un mondo uscito da poco da una guerra mondiale in cui tutte le spie di tutti i paesi si conoscono per nome e si rispettano l’un l’altra.. Fa quasi tenerezza leggerlo ora, col suo gergo un po’ démodé, con i suoi tentativi mal riusciti di darsi uno stile originale (la nuit était picasseé d’étoiles), con le sue note a pie’ pagina per spiegare cos’è un Rosbiff, cos’è la Boite, cos’è un walkie-talkie. Insomma è un po’ naif, un po’ sempre tutto uguale, ma si lascia leggere. E poi perché mai dovrei giustificarmi se mi piacciono i libri di A. L. Dominique?


Doolittle, Hilda
Asphodel (1922) – End to Torment (1958) – The Gift (1960) – Tribute to Freud (1956)
Se cercate dei ragionieri in questa storia o almeno degli avvocati o dei medici, andrete delusi. Hilda Doolittle, poetessa, nasce a Bethlehem, Pennsylvania, il 10 settembre 1886. Al college conosce Williams Carlos Williams, si fidanza con Ezra Pound, poi, quando quello lascia gli Stati Uniti, s’innamora di Frances Josepha Gregg (studentessa di belle arti e futura poetessa). Arrivata a Londra ritrova Ezra Pound e diventa amica di D.H. Lawrence, ma il rapporto finisce male (H.D./D.H. era una storia nata male, fin dalle iniziali). Nel 1913 sposa Robert Aldington, poeta, qualche anno più tardi fa una figlia con Cecil Gray, musicista. La figlia si chiama Perdita e durante la Seconda guerra mondiale sarà una delle ragazze di Bletchley Park, il luogo in cui lavorava Alan Touring (se avete visto il film The Imitation Game, sapete di cosa sto parlando). Uno dei figli di Perdita, Nicholas Schaffner, sarà musicista, giornalista, nonché autore di libri sui Beatles e i Pink Floyd. Non c’è niente da fare, non c’è nessuno in questa storia che non abbia del talento, quello che si chiama “the gift”.
Nel ’19 Hilda conosce Bryher (Annie Winifred Ellerman), scrittrice e miliardaria. Sarà una relazione che durerà più di trent’anni. Una relazione che passa a tre quando Bryher sposa nel ’21 Robert McAlmon, scrittore, poeta, nonché autore del libro Being Geniuses Together (niente di meno). Nel ’27 Bryher, in capo a tre mesi, divorzia da McAlmon per sposare Kenneth McPherson, scrittore, fotografo e futuro regista. Il nuovo ménage à trois è particolarmente fertile perché vede la nascita di Close Up, la prima rivista di cinema al mondo che si basi sul presupposto che il cinema sia una forma d’arte (all’epoca non era così evidente). McPherson fonda anche una casa cinematografica, The Pool Group, e realizza vari cortometraggi, più un film di finzione, Borderline (1930) di cui Hilda è protagonista (vedi foto). McPherson dopo la guerra andrà a vivere a Capri, assieme al suo amante Algernon Islay de Courcy Lyons, fotografo. Alla sua morte, nel 1971, verrà sepolto a Cetona. La sua biblioteca personale verrà acquisita (grazie a Michele Canosa) dalla Biblioteca della Cineteca di Bologna “Renzo Renzi” (chiedete ad Anna Fiaccarini o a Cesare il permesso per consultarla).




Agli inizi degli anni ’30 Hilda Doolittle va in analisi, ma lei che è amica di Havelock Ellis (psicologo e sessuologo) non va da un analista qualunque, va direttamente dal numero uno: Sigmund Freud. Il resoconto che Doolittle pubblica nel 1956 è un capolavoro di reticenza. Freud è affascinato dalla cultura e dal talento di H.D., ma soprattutto è interessato alla sua bisessualità. Di tutto questo non c’è traccia nel libro. Di sesso non si parla mai. Hilda parla di miti greci, statuette etrusche, banalità familiari (Freud amava i cani, ma odiava i gatti: “sono come le scimmie, non ci danno la soddisfazione di essere come noi, né di essere i nostri nemici”). A un certo punto s’inventa una palla micidiale su delle figure che avrebbe visto materializzarsi su un muro di una stanza in Grecia, ma non dice nulla delle sue pulsioni sessuali. Parla volentieri della sua infanzia (ma di quella ne avevamo già abbastanza dopo aver letto The Gift). Parla anche di Pound (Freud si dice convinto che sarebbe stato capace di aiutarlo), anche se poi Pound non credeva alla psicanalisi. “Ti sei messa nella porcilaia sbagliata. Ma ne puoi sempre uscire fuori” dice a Hilda quando lei gli comunica di aver iniziato l’analisi. Ma, di nuovo, sul suo rapporto con Pound sapevamo già tutto dopo aver letto End to Torment. O meglio, non sapevamo granché visto che le sue reticenze anche qui sono colossali a partire dal fatto che ogni volta che Hilda scrive di essere stata fidanzata con Pound non manca mai di virgolettare la parola. Anche se poi è innegabile che sia stato lui a lanciarla, a troncarla nel nome e nel cognome, a trasformare la giovane e inesperta Hilda Doolittle nella celebre “H.D. Imagiste”.
Del suo rapporto con Pound ci sono tracce anche in Asphodel che è in realtà un roman à clef con Pound che diventa George Lowndes, Aldinton che si chiama Darrington e Bryher che diventa Beryl de Rothfeld. Il romanzo copre il periodo che va dall’arrivo di Hilda in Europa fino alla nascita di Perdita, ma naturalmente non è un romanzo convenzionale. È piuttosto un procedere per iterazioni ossessive, per echi letterari e linguistici, per immagini pure (la ragazza non per niente è Imagiste).
Siamo arrivati alla fine della storia e non ho accennato, se non di sfuggita, a quella che è stata la sua attività centrale, la poesia (ma per leggerla basta andare su Project Gutemberg). È che Hilda ha avuto una vita intensa, È sopravvissuta a due guerre, ha sofferto problemi fisici e mentali, ha viaggiato per il mondo, è andata a letto indifferentemente con uomini e donne, ha studiato i miti greci dell’antichità e ha esplorato le possibilità della moderna arte cinematografica, infine ha scavato profondamente nei confini della sua arte, la poesia. Credo che alla fin fine si sia divertita.

sabato 4 aprile 2015

Libri letti ultimamente COO-DAV


COO-DAV



Coover, Robert
Noir (2010)

Il noir è un genere troppo serio per lasciarlo in mano agli intellettuali. Robert Coover è quello di Whatever Happened to Gloomy Gus of the Chicago Bears? e soprattutto quello della Babysitter. Dunque è bravo a scrivere. Il suo amore per il genere noir non è in dubbio. La sua capacità di calco è quasi prodigiosa. Frase per frase, paragrafo per paragrafo qui non c’è nulla che sfigurerebbe in un romanzo hard-boiled classico. Peccato che la femme fatale che, nel primo capitolo, entra nell’ufficio del detective per ingaggiarlo, poi muoia già nel capitolo secondo. E poi torni in vita nel terzo per essere di nuovo la vittima sui cui indagare nel capitolo numero quattro. Fino a metà libro ho pensato che, forse, leggendo il tutto a capitoli alternati, sarei riuscito a trarne fuori un qualche senso. Fino a due terzi ho coltivato la speranza che Coover, con un colpo di mano, riuscisse nel finale a raccogliere il filo della narrazione in un qualche superiore disegno, imperscrutabile e geniale. Sono arrivato alla fine e ho pensato quel che ho scritto qui all’inizio: il noir è un genere troppo serio per lasciarlo in mano agli intellettuali.


Cortázar, Julio
Divertimento (1949) – Alguien que anda por ahí (1977) – Fantomas contra los vampiros multinacionales (1977) – Un tal Lucas (1979) – Queremos tanto a Glenda (1980) – Deshoras (1982)

È difficile trovare una foto di Cortázar in cui lui non avesse in bocca una sigaretta, una pipa, un sigaro. Lo so erano altri tempi. Quando bisognava alzar la voce col Tribunale Russell per far sapere a tutto il mondo degli orrori della dittatura argentina. Io ho fatto un fioretto: quello di arrivare a leggere tutto quello che ha scritto Cortázar in vita sua. Perfino quell’esordio zoppicante che è Divertimento. Perfino quando fa troppo l’intellettuale e diventa insopportabile (Un tal Lucas). Ma se non avete mai letto niente di suo, vi consiglio di cominciare con Rayuela. Che è quel gioco che si fa disegnando dei quadrati col gesso sul marciapiede e poi saltandoci sopra a zoppo galletto. E che in italiano dovrebbe essere “Campana”. Anche se poi viene tradotto con “Il gioco del mondo”. E che in inglese invece si traduce con Hopscotch, che è anche il titolo di un film di Ronald Neame, interpretato da Glenda Jackson. E noi vogliamo tanto bene a Glenda.


Crumley, James
One to Count Cadence (1969) – Dancing Bear (1983) – Hot Springs (racconto, 1996) – Hostages (racconto, 2002)

One to Count Cadence è la storia di un gruppo di soldati americani nelle Filippine (poi in Vietnam) che bevono come delle spugne, quando non vanno a troie. E che, quando non vanno a troie, fanno a botte come delle bestie. So, what’s new? È possibile che nel ’69 il romanzo di Crumley abbia destato scalpore per la violenza dello stile, oggi sembra un po’ datato e noioso (vedi le lunghe discussioni sull’etica dell’uccidere). Dancing Bear, invece, ha come protagonista il detective privato Milodragovitch, cocainomane, alcolista e psicopatico. Tutte le donne che incontra se lo vogliono portare a letto. Tutti i cattivi che incontra lo vogliono far fuori. Entrambe le cose per ragioni non immediatamente comprensibili. So what’s new? James Crumley è morto nel 2008 e molti ancora si chiedono come mai non abbia mai avuto il successo che secondo loro chiaramente meritava. Io no.


Daly, Carroll John
The False Burton Combs (racconto, 1922) – The Game Guy (racconto, 1925) – Lurking Shadows (racconto, 1926) – The Third Murderer (1931) – Just Another Stiff (1936) – Better Corpses (1940) – The Giant Has Fleas (racconto, 1947)

Come tutti sanno, il primo racconto del genere hard-boiled non è stato scritto da Hammett o da Chandler, bensì da Carroll John Daly. Negli anni Venti dicono che il suo nome in copertina garantisse un 10% in più di vendite per la rivista “Black Mask”. Ora, mi domanderete voi, come mai nessuno si ricorda più di lui? Provate a leggere i suoi romanzi, vi rispondo io. Nei tre che ho letto il protagonista è Race Williams, detective privato, svelto come un fulmine a sparare, neanche fossimo nel vecchio West. Lei è Florence Drummond, “The Flame, The Girl with the Criminal Mind”, a tratti un’innocente verginella e a tratti una femme fatale, spietata e priva di scrupoli. Insomma siamo in pieno feuilleton ottocentesco. Hammett era migliaia di chilometri più avanti.


Davis, Norbert
Red Goose (racconto, 1934) – The Price of a Dime (racconto, 1934) – The Rag-Tag Girl (racconto, 1936) – The Case of the Greedy Guardian (racconto, 1936) – Dead Man’s Chest (racconto, 1936) – Something for the Sweeper (racconto, 1937) – You’ll Die Laughing / Do a Dame a Favor? (racconto, 1940) – Holocaust House (racconto, 1940) – The Mouse in the Mountain / Rendezvous with Fear / Rich Dead Little Girl (1943) – Sally’s in the Alley (1943) – A Penny Saved Is Not Much (racconto, 1945) – Oh, Murderer Mine (1946)

Puoi essere uno scrittore mediocre o un genio, puoi comporre capolavori misconosciuti o illeggibili piattezze, ma se per caso uno dei maggiori filosofi del Novecento scrive a un amico americano che gli piacciono i tuoi racconti, quella è l’etichetta che ti resta addosso. Norbert Davis è, e sarà per sempre, lo scrittore che piaceva a Wittgenstein. Poi, Norbert Davis non è stato né un mediocre, né un genio, ma un buon praticante del genere. In particolare la serie che ha come protagonisti Doan e Carstairs è decisamente piacevole e percorsa da un umorismo deadpan, molto cerebrale. (Sarà questo che piaceva a Ludwig?). Doan è basso, grassottello e sveglio. Carstairs è grosso, imponente e taciturno. Più che altro Carstairs è un cane danese.
All’inizio di The Mouse in the Mountain, Doan si presenta dichiarando di essere un detective. “Ma non ne ha l’aria,” gli fa notare Janet Martin. “Chiaro che no,” risponde lui. “Sono in incognito, cerco di farmi passare per un turista”. “Ma allora perché va a dirlo in giro a tutti?” insiste Janet. “Il mio travestimento è così perfetto che nessuno si accorgerebbe che sono un detective se non glielo dicessi io, allora naturalmente glielo dico.” Ecco, io me l’immagino, e siamo solo a pagina tre, me l’immagino Wittgenstein che appoggia il dito inumidito sull’angolo del foglio per passare rapidamente a pagina quattro. E sorride.
  

venerdì 27 marzo 2015

Libri letti ultimamente BRA-COH


BRA-COH


Brackett, Leigh
No Good from a Corpse (1944) – The Long Tomorrow (1955) – An Eye for an Eye (1957) – Mommies and Daddies (racconto, 1974) – Stark and the King (racconto, 2005)

Leigh Brackett ha scritto un mucchio di space opera, un genere che malauguratamente mi lascia freddo. The Long Tomorrow, invece, è un postapocalittico che parte bene, sembra quasi un grande romanzo di formazione, ma poi, una volta arrivati nella città-miraggio di Bartorstown, si perde miserevolmente. A parte questo Brackett ha scritto anche dei gialli. La leggenda vuole che Howard Hawks, al momento di mettere in piedi Il grande sonno, chiedesse alla produzione di assicurarsi il talento “of the guy who wrote No Good from a Corpse”. Il fatto che Leigh Brackett in realtà sia una donna non ha impedito alla ragazza di fare una discreta carriera come screenwriter. E soprattutto non ha impedito ad Altman di chiamarla, circa 27 anni dopo, per la sceneggiatura de Il lungo addio. Poi, è vero, Brackett ha scritto anche una prima versione de L’impero colpisce ancora, che poi non venne mai girata. Meglio così. Per una che ha passato una vita a lavorare per Howard Hawks, chiudere la propria carriera con un minore come Lucas sarebbe stata una beffa.


Brown, Fredric
The Fabulous Clipjoint (1947) – The Dead Ringer (1948) – A Plot for Murder / Murder Can Be Fun (1948) – What a Mad Universe (1949) – The Bloody Moonlight (1949) – The Screaming Mimi (1949) – Compliments of a Fiend (1950) – Here Comes a Candle (1950) – Night of the Jabberwock (1950) – Dark Interlude (con Mack Reynolds, racconto, 1951) – The Weapon (racconto, 1951) Death Has Many Doors (1951) – Mostly  Murder (racconti, 1952) – We All Killed Grandma (1952) – Space in My Hands (racconti, 1953) – His Name Was Death (1954) – Angels and Spaceships (racconti, 1954) – The Wench Is Dead (1955) – The Mind Thing (1961) – Daymares (racconti, 1968) – The Best of Fredric Brown (racconti, 1976) – Before She Kills (racconti, 1984)

A Fredric Brown non piaceva scrivere. Per lui ogni volta era un tormento. E ogni volta un sollievo quando riusciva a mettere la parola fine a una storia. Il che è strano se considerate che in carriera è riuscito a firmare, tra gialli e fantascienza, 28 romanzi e 287 racconti.
Ma la sua passione segreta è sempre stata Lewis Carroll. Night of the Jabberwock è la storia del direttore di un giornale di provincia, il Clarion, che viene invitato alla riunione segreta dei Vorpal Blades, un’associazione di carrolliani eretici, convinti che Carroll nei suoi libri non abbia inventato nulla, ma abbia descritto realisticamente un mondo alternativo. (Per i non carrolliani bisognerà aggiungere la spada Vorpal è quella con cui viene ucciso il Jabberwock, vedi http://it.wikipedia.org/wiki/Vorpal.) La casa isolata in cui dovrebbe avvenire l’incontro è ovviamente deserta. Ma al suo interno si trova un tavolino. E sul tavolino una chiave e un’ampolla. E sull’ampolla una scritta: “DRINK ME”. (E qui se avete bisogno di spiegazioni vuol dire che non avete mai letto Alice). Poco importa, alla fine, che tutto questo non sia altro che una decorazione esteriore, una falsa pista, e che il vero plot sia molto più banale. Intanto Freddie Brown si è divertito a montare un finto-Carroll nella provincia americana degli anni ’50. E ci siamo divertiti anche noi.


Cabana, Nacho
La chica que llevaba una pistola en el tanga (2014)

Questo è un romanzo pulp nel senso migliore del termine. Moderatamente violento, saggiamente osé, inconsistente a tratti. Un romanzo che si scrive in fretta e che si legge in fretta. Cabana di mestiere fa lo sceneggiatore di serie televisive per la tv spagnola e per quella messicana (da Medico de familia a Policías en el corazon de la calle), quindi sa come tenere desta l’attenzione, sa quando fermarsi e quando accelerare. Insomma, un romanzo da prendere e buttare. Da lasciare sul sedile del treno prima di scendere. Come ogni buon pulp.



Camus, Albert
L’étranger (1942) – La chute (1956)

Ho una clamorosa notizia per voi: Lo straniero di Camus è un grande romanzo. Lo so che non è una notizia. E che sono io ad averlo scoperto solo adesso. (Ma se comincio con l’elenco dei grandi libri che io non ho mai letto, qui facciamo notte.) Il romanzo resta comunque memorabile. Ma c’è una cosa che forse non sapete. La legge internazionale sul copyright prevede che un libro divenga di dominio pubblico solo a 70 anni dalla morte del suo autore. In Australia di anni ne bastano 50. Camus è morto nel 1960. Questo vuol dire che da loro è scaricabile e che Project Gutemberg Australia può includere legalmente i suoi libri nel catalogo. Cosa che, peraltro, non rende legale il downloading qui da noi. Ma io l’ho fatto.
È vero, ho commesso un delitto, ma è stato in un paese lontano, di là dal mare. Un paese arido, piatto e bruciato dal sole. Un delitto insensato, certo, facile a compiersi, neppure premeditato. Facile quanto un click sulla tastiera. Di cui, però, non porto nessun rimorso. Anzi nessun pensiero. (And besides, the wench is dead).


Cheyney, Peter
Dames Don’t Care (1938)

Peter Cheyney ha scritto tantissimo e ha venduto tantissimo in appena 15 anni di carriera. I suoi personaggi più famosi sono Lemmy Caution e Slim Callaghan. Il primo è un G-Man che per qualche strana ragione si trova sempre a lavorare in Inghilterra. Per questo parla un english-american che solo Cheyney conosceva. Pieno di “usta”, “I reckon”, “boyo” e “palooka”. Il secondo è un investigatore privato con una segretaria innamorata di lui e un aiutante folkloristico. Entrambi bevono come delle idrovore e fumano come se da quello dipendessero le sorti del mondo. Di fatto sono due psicotici che si parlano addosso, che soliloquiano ogni due per tre. (“Cheyney is the Damon Runyon of the crime” aveva scitto The Time, ma è un complimento esagerato). Quando Cheyney non sa più come mandare avanti la storia, prende il suo protagonista, gli mette in bocca una sigaretta, in mano un bicchiere di whiskey e quello, come per incanto, comincia a riepilogare per pagine e pagine tutto quel che è successo fino a un momento prima. Poi arriva sempre qualche donna bella. Molto più che bella. Mortalmente fascinosa. Il suo nome è sempre qualcosa come Querida Gale o Fenella Roque o Dolores Chennault o Tanya de Saurieux o Mayola Ferrival o Musette Lehaye. E lì comincia uno di quei dialoghi che hanno fatto, più recentemente, la fortuna delle soap opera. Quelle cose tipo: Devo dirti una cosa importante/Di cosa mi devi parlare?/Siediti e prendi qualcosa da bere/È qualcosa che riguarda Miranda van Zelden?/Perché dovrebbe riguardare Miranda van Zelden? E così via ad libitum. Va da sé che tutte queste donne si innamorano del nostro eroe per rivelarsi poi, nell’ultima pagina, delle vipere traditrici, nonché spie del Terzo Reich.
A questo punto mi domando e vi domando una cosa. Cheyney in 15 anni di carriera ha prodotto complessivamente 45 libri. Com’è che io ne ho già letti 34 e continuo attivamente a cercare gli altri 11? No lo so, vi giuro che non lo so. Ne ho parlato anche col mio analista, ma neppure lui sembra avere delle risposte convincenti.


Cohen, Marcelo
Hombres amables (1998) – Neutralidad (2012)

Non so se son cascato male (e questi due libri non sono rappresentativi più di tanto) oppure se non ho avuto pazienza (Neutralidad non è male, Hombres amables non sono nemmeno riuscito a finirlo), però Marcelo Cohen non m’ha fatto una grande impressione. Giornalista e traduttore, oltre che romanziere, Cohen è probabilmente più colto e profondo di quanto mi sia sembrato a prima vista. Il suo genere è scarsamente definibile. È vicino alla fantascienza, ma ha molto a che vedere con la speculazione intellettuale. Forse ci voleva più pazienza.

venerdì 20 marzo 2015

Libri letti ultimamente ABA-BIO


Da quando mi hanno regalato un Kobo la mia vita è cambiata. Ho contratto una malattia che va sotto il nome di “frenesia di scarico” (“downloading spree”). Negli ultimi quattro mesi ho già scaricato tanti libri da bastarmi per una vita intera. Il fatto che ne legga almeno uno al giorno non basta. Ne leggo uno e ne scarico dieci. Non c’è soluzione.

Poi c’è un altro problema. Un libro di carta è un oggetto fisico. Lo apri, lo sfogli, lo metti a scaffale. Lo metti in archivio. Lo metti a morte. Così come fa il collezionista di farfalle quando infilza il corpo delle sue vittime. Così come fa Leporello quando, per conto di Don Giovanni, mette le sue conquiste a catalogo. Con i libri elettronici tutto questo non si può fare

Per questo ho deciso di mettere qui il catalogo dei libri che ho letto negli ultimi mesi. L’ordine è quello alfabetico per autore. Va da sé che non li ho letti in quell’ordine. Quello era l’autodidatta di Sartre.

 ABA-BIO


Abad Faciolince, Héctor
Asuntos de un hidalgo disoluto (1994)

Abad Faciolince scrive romanzi brevi. E in un’epoca in cui anche l’ultimo degli scrittori di thriller si sente in dovere di non andare sotto le 400 pagine, questo è già un merito. Abad Faciolince scrive romanzi lievi. Il suo Trattato di culinaria per donne tristi è un miracolo di leggerezza. Con Asuntos de un hidalgo disoluto (il suo primo romanzo) raggiunge livelli di rarefazione inaspettati.
Gaspar Medina è un uomo vuoto. Un uomo senza qualità e senza difetti. Uno che non beve, non fuma. Uno che, da adolescente, s’inventa i peccati da dire al confessore per non metterlo in sospetto. E subito dopo confessa l’unico peccato che ha realmente commesso: quello di aver mentito. Medina è disoluto non perché sia perverso, ma al contrario perche è etimologicamente sciolto, separato dal resto del mondo. Ricco di famiglia e quindi lontano dalle angustie economiche e dal lavoro, Medina è ovviamente celibe e sterile (arriva pure a farsi vasectomizzare) e quando, all’alba dei 72 anni, sposa la sua segretaria Cunegunda Bonaventura, per la prima notte di nozze ingaggia il figlio della cuoca. Medina è uno che si crede santo, che vorrebbe essere un angelo.
A pagina 53 confessa: “Me ha gustado más el labio que el beso, más el gesto que la mano, más la sonrisa que el gato”. Ecco, nei romanzi di HAF resta sempre il sospetto che non ci sia il gatto, che non ci sia il romanzo, che non stia parlando di niente, che ti stia prendendo in giro. Ma quel che è certo è che rimane il sorriso.

Aleas, Richard
Little Girl Lost (2004)

Il libro di Aleas esce nel 2004 per Hard Case Crime, che è anche la casa editrice fondata dallo stesso Aleas. E questa normalmente non è una buona notizia. Però il romanzo non è male, è solo un po’ ovvio. Il protagonista è un detective privato con la faccia da ragazzino (ha ventinove anni, ma gli chiedono ancora i documenti all’ingresso di uno strip club). La vittima è la sua fiamma dei tempi del liceo, ora diventata una stripper. Il cattivo è un trafficante di droga, grasso e con un nome straniero. Insomma sa tutto un po’ di muffa, di bei tempi andati. Anche il colpo di scena finale lo vedi arrivare già cinquanta pagine prima. Poca fantasia e poca originalità, a cominciare dal nome del protagonista: John Black.


Allais, Alphonse
À se tordre (45 racconti, 1891) – Vive la vie (28 racconti, 1892) – Pas de bile! (39 racconti, 1893) – Le parapluie de l’escouade (39 racconti, 1893) – Rose et vert-pomme (44 racconti, 1894) – Deux et deux font cinq (63 racconti, 1895) – On est pas de boeufs (45 racconti, 1896) – L’arroseur (26 racconti, 1897) – Le bec en l’air (51 racconti, 1897) –  Amour, délices et orgues (47 racconti, 1898) – Pour cause de fin de bail (52 racconti, 1899) – L’affaire Blaireau (1899) – Ne nous frappons pas (58 racconti, 1900) – En ribouldingant (36 racconti, 1900) – Le Captain Cap, ses aventures, ses idées, ses breuvages (54 racconti, 1901) – Le boomerang ou Rien n’est mal qui finit bien (1912) – À l’oeil (41 racconti, 1921) – Un curieux point de droit criminel  (40 racconti, 1956) – Contes humoristiques (39 racconti, 2008) – Faits divers (81 racconti, 2013).

Allais gioca con le parole e col mondo. Quando parla di pneumatici non può fare a meno di ricordare il “pneu Mony”, ma soprattutto il “pneu gordien” quello che non lo taglia neanche Alessandro Magno. Quando gioca col mondo mette assieme cose che non c’entrano l’una con l’altra. I francesi hanno un’espressione per questo: le mariage de la carpe  et du lapin. Ma lui fa di più. Si domanda cosa verrebbe fuori dal matrimonio tra un lupo (loup) e una foca (phoque) e il risultato è loufoque. Che è un po’ il segno di tutta la scrittura di Alphonse Allais.


Arlt, Roberto
El juguete rabioso (1926) – Aguafuertes porteñas (1933) – Un viaje terrible (1941) – El jorobadito y otros cuentos (racconti, 2003)

L’impronunciabile Roberto Arlt era un geniaccio argentino dotato di grande finezza d’osservazione e di grande capacità di scrittura. Tra il 1928 e il 1942 lavora per El Mundo (e da quei pezzi deriva anche Aguafuertes porteñas) e racconta con acidità, disincanto, amore e compassione la vita di Buenos Aires. Il suo stile ricorda un po’ quello di Pitigrilli che peraltro proprio in Argentina, dal 1948 in poi, avrebbe scritto pezzi analoghi (per stile) per il quotidiano La Razon. Naturalmente portato a sinistra (come Pitigrilli) finisce a destra. O quantomeno viene rifiutato dalla sinistra. Grottesco il suo scambio di opinioni con Rodolfo Ghioldi, burocrate del partito comunista, dopo la pubblicazione di un pezzo di Arlt su Bandera Roja, ritenuto fuori linea. Recentemente in Argentina c’è un revival di Arlt (Ricardo Piglia è in gran parte responsabile di questo), ma faccio fatica a condividere l’entusiasmo. El juguete rabioso è un romanzo volgare nel senso bello del termine. Nel senso che è felicemente amorale e per nulla piagnone (per quanto s’ambienti negli strati più poveri della popolazione di Buenos Aires). Disgraziatamente non è un romanzo, è una serie di racconti messi assieme, legati appena da uno stesso protagonista.


Aub, Max
Crimenes ejemplares (1957)

Max Aub ha scritto tanto, ha viaggiato tanto, è scappato da tanto. Di una sua prolissa serie di romanzi ambientati in Spagna durante la guerra civile ho letto solo Campo abierto. Della sua esperienza in campo di concentramento ho letto solo Manuscrito Cuervo. Degli altri suoi titoli ho letto solo Las buena intenciones di cui non conservo un gran ricordo. Ma questi Crimini esemplari (in italiano sono usciti per Sellerio) sono folgoranti. Sono una ghirlanda di minuscole schegge grondanti crudeltà e disprezzo.
Ne cito soltanto una: “Era un imbecille. Gli avevo detto e spiegato la strada da fare con la massima chiarezza. Era semplicissimo. Doveva solo attraversare la Reforma all’altezza del quinto isolato. E tutte e tre le volte lui s’era sbagliato nel ripeterlo. Gli avevo fatto un prospetto chiarissimo. E lui era rimasto lì a guardarmi con aria interrogativa: «Be’, non so». E poi aveva alzato le spalle. C’era da ammazzarlo. Lo feci.”


Barbara, Charles
L’assassinat du Pont Rouge (1885)

Dovrebbe essere, storicamente, il primo romanzo poliziesco francese. È per questo che l'ho letto, ma sinceramente non ne vale la pena.


Bioy Casares, Adolfo
Un modelo para la muerte (con Jorge Luis Borges, 1946) – El libro del cielo y del infierno (con Jorge Luis Borges, 1960) – El lado de la sombra (racconti, 1962) – Dormir al sol (1973) – La aventura de un fotógrafo en La Plata (1985) – Un campeón desparejo (1993) – Máscaras venecianas (racconti, 2003)

Adolfo Bioy Casares ha avuto una grande fortuna nella vita: quella di essere stato amico e collaboratore di Jorge Luis Borges. Allo stesso tempo ha avuto una grande disgrazia nella vita: quella di essere stato amico e collaboratore di Jorge Luis Borges. Se non ci fosse stato Borges ora parleremmo di lui come di uno dei grandi del Novecento. Disgraziatamente la figura di Borges lo mette in prospettiva, lo rappetisse. Non che lui se ne facesse un cruccio. ABC era troppo impegnato a vivere per preoccuparsi del suo posto nella storia della letteratura. Più mujeriego che intellettuale. Più bon vivant che studioso. Ma splendido e misterioso autore di racconti (perfino Cortázar gli rende omaggio in Diario para un cuento e Cortázar è un altro che di storie brevi se ne intendeva). Senza contare che lui, a differenza di Borges, almeno qualche romanzo l’ha scritto. E che L’invenzione di Morel è un colpo di genio ineguagliato.

lunedì 10 febbraio 2014

Nessuno è colpevole, tranne la Sellerio




Al regime fascista non piacevano i gialli. Al punto che nell’ottobre del ’41 li dichiara fuorilegge. In un paese in cui non esistevano malviventi, perché la polizia li aveva tutti messi in galera, che senso potevano avere quelle storie di sangue e di delitti? Certo che se piacevano (e piacevano) e se qualcuno insisteva a scriverli si poteva sempre scegliere un’ambientazione straniera (Scerbanenco e D’Errico) o almeno dei colpevoli non italiani (De Angelis). Scerbanenco sceglie Boston e prende come protagonista un timido (troppo timido) archivista di nome Arturo Jelling. I cinque romanzi (sei con l’aggiunta del recentemente ritrovato Lo scandalo dell’osservatorio astronomico) non sono trascendentali, Jelling è davvero indisponente con i suoi “mi scusi” e “non vorrei proprio disturbare” e “permettete ancora una domanda”. Gli intrecci sono anche avvincenti, ma sostanzialmente i libri non valgono quelli contemporanei di D’Errico e di De Angelis. Di fatto se Scerbanenco non avesse scritto tutto il resto (e soprattutto Duca Lamberti), adesso non staremmo neanche qui a parlarne.

Trovo per caso su una bancarella il 9° Supergiallo Mondadori (giugno 1941), 5 grandi romanzi inediti a 12 lire, che contiene Segni particolari: nessuno di Ezio D’Errico, mai più ristampato in seguito. Solido come al solito, sempre troppo debitore del calco simenoniano, ma piacevole. Un altro dei cinque romanzi è Nessuno è colpevole di Scerbanenco che avevo già nell’edizione Sellerio. Allora mi metto a confrontare i due testi e scopro che...

1) Nell’originale si danno tutti del voi, così come voleva il regime, mentre nella versione Sellerio si passa al lei. L’operazione è un po’ macchinosa, in più al revisore ogni tanto sfugge qualcosa perché a pagina 38 (M38) “l’errore che volevate commettere” resta tale e quale nella versione Sellerio (S118). E lo stesso con la frase “un’altra promessa che non manterrete” (M46) che non cambia in S146. Il passaggio al lei non risparmia neppure i rapporti tra Jelling e il professor Berra che sarebbe poi il narratore dell’intera storia. I due sarebbero amici, ma per il revisore Sellerio questo non conta e quindi dal tu dell’originale passa anche qui al lei.

2) Nell’originale i personaggi hanno tutti nomi italiani. Jelling si chiama Arturo che in Sellerio diventa Arthur. Guglielmo Funt diventa William Funt ecc... Ma allora perché Giovanni, il cameriere del professor Berra, rimane Giovanni? E soprattutto perché Enrichetta Funt, invece di chiamarsi Harriet, diventa Virginia?

3) Alcuni termini o alcune abitudini ortografiche dell’epoca vengono modificati. Così roccie (M48) diventa rocce (S152), valigie (M50 e M51) diventa valige (S158 e S159), inglutì si trasforma in “inghiottì saliva” (S119) e “carta penale” (M34) si trasforma in “fedina penale” (S107). Peccato che poi l’espressione (“carta penale”) torni fuori in M49 e il revisore Sellerio, evidentemente sonnacchioso, si dimentichi di correggerla in S156. Lo stesso capita con diecina (M34) che viene sostituita con decina (S106). Ma non così la diecina di M64 che resta identica in S202. Del resto siamo al decimo capitolo, quasi alla fine. Il revisore Sellerio non dormicchia più, è in coma.

4) C’è un altro problema che va sotto il nome di “accordo del participio d’un verbo composto con avere con l’oggetto anteposto”. Detto in termini più chiari, capitava che in letteratura, almeno fino alla seconda guerra mondiale, si preferisse l’uso di “le cose che ti ho dette” in luogo di “le cose che ti ho detto”. Sembrava più bello così. Oggi scegliamo definitivamente la seconda versione. Dunque quando Scerbanenco scrive “le cartucce che vi ha date” (M38) il nostro solerte revisore cambia in “le cartucce che le ha dato” (S121). Poi s’addormenta e la pagina dopo lascia passare senza batter ciglio le stesse cartucce che Jelling “aveva scelte nella scodella” (M39 e S122). E poi le “cartucce che aveva esaminate” (M43 e S136). E poi le “indagini che aveva eseguite” e le “riflessioni che aveva fatte” (M62 e S202). Ma parlate piano, il revisore sta dormendo.

5) Il regime non voleva termini stranieri e dunque nell’originale non ci sono bar bensì mescite. La cosa probabilmente contagia l’inconscio del revisore. Là dove Scerbanenco scrive “dieci miglia”, lui mette al suo posto “quindici chilometri”. Forse nel timore che il lettore italiano non sappia arrangiarsi molto con le miglia americane. E dove Scerbanenco scrive “cento dollari” (M18) lui cambia in “cento denari” (S56). Una somma discreta, sia detto tra parentesi. Più del triplo di quanto diedero a Giuda, anche se quella divisa non è più in corso da tempo.


Insomma l’impressione generale è che qualcuno abbia cercato di rendere il testo più moderno, più vicino ai nostri gusti, alle nostre abitudini. Senza tutti quei pesantissimi “voi” e tutti quei fastidiosi Adelmo e Alessandro. To sex up si dice in inglese. È il termine che è stato usato per un celebre rapporto inviato a Blair sulle ipotetiche armi di distruzione di massa di Saddam. Il rapporto non era falso, era stato solo esagerato un po’, era stato sexed up. Qui l’ispirazione sembra identica. Non si spiega in altro modo il fatto che la signora che in tribunale si alza ad applaudire (M45) diventi nella versione Sellerio una signorina (S142).

Buona parte delle correzioni Sellerio sono del tutto ininfluenti. Ci sono alcuni tagli risibili. Tre righe nel terzo capitolo, due righe nel quinto. Salta uno spumante a p. 55, due battute di dialogo a pagina 57. Ma senza che sia possibile capirne la ragione. Un bastone di rossetto (M24) diventa un rossetto (S64) una certa sostenutezza (M9) diventa un certo cipiglio (M29) un amicale (M31) si trasforma in amichevole (S96) ecc... Niente di clamoroso. Ma viene da domandarsi: chi è che si è messo lì a fare una revisione così inutile e scombiccherata?

L’ho già detto il romanzo non è un capolavoro della letteratura, quindi non c’è da gridare allo scandalo, ma perché mai fargli subire un destino così infame? L’avrebbero mai fatto col romanzo di uno scrittore più famoso? L’avrebbero mai fatto se il libro non fosse stato un giallo? Se il povero Scerbanenco ha scritto un libro in cui tutti si danno del voi e tutti hanno nomi italiani per quale stramaledettissima alzata d’ingegno qualcuno si permette di cambiarlo? Certo un può sostenere che il voi era un’imposizione del regime, così come l’italianizzazione dei nomi. Che se Scerbanenco avesse potuto scrivere liberamente allora... Allora, se questo è vero, perché non riscrivere il tutto dall’inizio? Se uno è convinto di conoscere le vere intenzioni di un autore perché limitarsi a qualche tocco di cosmesi? E perché limitarsi a Scerbanenco? Anche Dante a volte si autocensura, evita di dire una certa cosa per non dispiacere una certa persona, evita di mandar qualcuno all’inferno anche se lo meriterebbe. Perché non rendere più sexy anche la Divina Commedia?

L’ho già detto, la versione Sellerio di Nessuno è colpevole non è scandalosa. Certo che se qualcuno si prende la briga di rivedere totalmente un libro, allora dovrebbe farlo con più attenzione e rispetto.  Quando Scerbanenco descrive Giacomo Kàlman come uno “moschino, suscettibile” intende dire proprio “moschino, suscettibile”.  Secondo il Battaglia moschino è “persona pignola, pedante, petulante”. Secondo il Tommaseo è “arrogantello, come le mosche sono impronte”. Solo quell’arrogante del revisore Sellerio, meschino, poteva pensare che Scerbanenco si fosse sbagliato e quindi poteva sentirsi in diritto e dovere di correggere con “meschino”. E poi quando Sunder sostiene che il delitto di Furt è stato chiaramente premeditato, dice che si tratta di “arcipremeditazione” (M16). Perché cambiarlo con “arcimeditazione” (S51)? Cos’è? Il momento di raccoglimento d’un arciprete?

P.S. Resta un ultimo dubbio. Dei romanzi di Jelling ripubblicati da Sellerio solo Sei giorni di preavviso, oltre a Nessuno è colpevole, subisce questo barbaro trattamento. Caso vuole che proprio quei due titoli siano stati ristampati negli anni ’70 nella collana Giallo Italiano Mondadori. Quindi forse il misfatto è imputabile ai redattori Mondadori e non a quelli della Sellerio. I quali, se così fosse, avrebbero come unica colpa quella d’aver ristampato un libro senza aver cercato di recuperarne l’edizione originale. Dunque non malfattori, ma solo dilettanti. 

venerdì 25 ottobre 2013

La mala vita di Vila-Matas





Rita Malú è nata a Parigi in rue de Marseille, ma è andata a vivere nel quartiere Malakoff perché è lì che abita la celebre artista Sophie Calle, il suo idolo, il suo modello, l’oggetto della sua ossessione. Rita le assomiglia anche un po’, tranne che nella statura (Rita è più alta). È per questo che gira ingobbita. È per questo che espone nella galleria di rue de Marseille dei lavori che vorrebbero assomigliare alle novelas de pared di Sophie. Rita si annoia.

Un giorno decide di trasformare la sua casa nell’ufficio di un investigatore privato. Si fa anche mettere una porta a vetri con su scritto “Rita Spade, detective”. I suoi annunci sul giornale non le portano clienti. “Qué aburrimiento” dice Rita. Sta quasi per abbandonare il progetto quando le si presenta una donna che cerca lo scrittore Jean Turner, il suo ex-marito, che dovrebbe trovarsi a Pico, un’isola delle Azzorre, ma che da tempo non si fa sentire. In realtà Rita capisce subito che la donna non è per nulla l’ex-moglie, ma solo una che ha perso la testa per (la foto sul risvolto de)i libri dell’autore. Nonostante questo compra i libri di Turner, li legge e decide di partire per le Azzorre. La notte prima di partire sogna una casa in cima a un promontorio, tutta dipinta di rosso, e un uomo anziano che apre la porta della casa.

Arrivata a Faial resta bloccata per il maltempo, ma si gode quei pochi giorni di passaggio bivaccando al Peter’s Bar, il bar dei vecchi balenieri. Non appena il tempo lo permette raggiunge l’isola di Pico, anche se non ha più nessuna voglia di cercare lo scrittore. Una volta sbarcata trova due tassisti nel porto, uno vecchio e uno giovane. Ma questo lo sapeva già perché l’aveva letto in uno dei libri di Turner. Sceglie il vecchio e si fa portare da lui al Museo delle Balene di Lajes. Che trova chiuso. Ma questo lo sapeva già perché gliel’avevano detto a Faial. Di ritorno verso il porto, già pronta ad abbandonare l’impresa, vede in cima a un promontorio una casa tutta dipinta di rosso. Una casa identica a quella che aveva sognato. Scende a terra, bussa alla porta e si trova davanti un uomo anziano. Un uomo identico a quello che aveva sognato. Identico a Turner, ma di cinquant’anni più vecchio. Non sapendo che dire, Rita gli chiede se la casa è in vendita.

L’uomo anziano le risponde di sì, ma le consiglia di non comprarla. “Questa casa è abitata da un fantasma.”
Un attimo di silenzio.
“E di chi è questo fantasma?” chiede Rita.
“Il suo” risponde l’uomo.

***

L’autore confessa di aver scritto questo racconto su commissione. Era stata la stessa Sophie Calle a chiederglielo. Un giorno lei gli aveva telefonato e si erano dati appuntamento al Flore a Parigi. L’idea era che lui scrivesse un racconto con la promessa che poi lei si sarebbe impegnata a viverlo, avrebbe seguito in tutto e per tutto le indicazioni dell’autore per trasferire nella realtà quel che lui aveva immaginato. Aveva già proposto la stessa cosa a Paul Auster, ma poi la cosa era finita in nulla, aveva aggiunto Sophie.

L’autore non se lo fa dire due volte e si mette al lavoro. In due settimane scrive El viaje de Rita Malú e lo spedisce per posta elettronica. Sophie non risponde. Il tempo passa e l’autore s’innervosisce, ha un blocco di creatività, non scrive più nulla se non appunti su un suo diario personale. Seguono una serie di ostacoli. La mail dell’autore era finita nello spam, poi muore la madre di Sophie, poi la Biennale di Venezia le affida un incarico importante. Sophie continua a dichiarare di essere attratta dal progetto, ma per un motivo o per l’altro l’orizzonte s’allontana. Seguono scambi di mail, incomprensioni, incontri fugaci al Salone del Libro a Parigi. Segue un intervento che l’autore subisce a causa di un’insufficienza renale che quasi rischiava di farlo andare in coma. Intanto lui non scrive.

Prova a reagire. Prende a caso le prime righe del suo diario e decide di metterle in pratica, di provare a viverle, di essere lui a fare quell’esperimento che Sophie sembra così renitente a fare.
Il diario inizia così: “Amanece en mi cuarto de las ventanas altas cuando, al inaugurar este cuaderno rojo de notas o diario que escribiré desde Barcelona y otras ciudades nerviosas, me pregunto cuál es mi nombre, quién escribe, y se me occurre che mi cuarto es como una cavidad craneal de la que surjo como un ciudadano inventado...”
Ma come diavolo si fa a vivere delle frasi del genere che non sono altro che letteratura?
Allora va avanti nella lettura, ripercorre i suoi appunti, arriva al momento in cui, pensando a Sophie Calle, ha cominciato a inventarsi una storia. La storia di un’artista famosa che si mette in contatto con lui, che gli da appuntamento a Parigi e che gli chiede di scrivere una storia che lei si sarebbe poi impegnata a vivere. E poi le mail che non tornano, i ritardi, le incomprensioni e tutto il resto.
“Perché ho inventato tutto questo?” si domanda l’autore. Forse proprio perché lei non me l’ha mai chiesto, porque ella no lo pidió.




Porque ella no lo pidió è un racconto di Enrique Vila-Matas che compare nella raccolta Exploradores del abismo (Anagrama, 2007).
Poi il racconto non finisce così, ma non vi dico come finisce. Resta il fatto che c’è una distanza abissale tra la letteratura e la vita e che Vila-Matas soffre e rifugge l’attrazione di quell’abisso che è la vita, di quello che lui chiama ese tenebroso agujero que llamamos vida. Il titolo del post, l’ammetto, è un po’ sforzato (non esiste una buona letteratura contrapposta a una mala vita), ma il quasi anagramma m’è parso subito irresistibile.

Resta il fatto che ogni volta che leggo qualcosa di Enrique Vila-Matas mi convinco di aver a che fare col più grande scrittore vivente. Poi chiudo il libro, rientro nella vita reale, mi rituffo nel mio abisso. In qualche modo torno sobrio. Capisco di aver esagerato. Ma non di tanto.
Non di tanto.

giovedì 17 ottobre 2013

Thomas Pynchon: Blunt Not Bleeding




In un certo senso Bleeding Edge (Penguin, 2013), il nuovo libro di Thomas Pynchon, è William Gibson Meets Bret Easton Ellis.
Lester Traipsie viene ucciso al penultimo piano del Deseret e Maxine Tarnow lo rivede a p. 199 in giro per New York. Il giorno dopo va dall’analista e nella sala d’aspetto trova uno che assomiglia ad Alex Trebek, ma che in realtà è Conkling Speedwell. E questo è American Psycho nella sua essenza.
Maxine si tuffa ogni tanto nelle profondità di DeepArcher (pronunciato come departure, come lo tradurranno in italiano? DeepArtita? DeesTacco? SheesMa? RoamyTaggio?... più probabilmente lo lasceranno così com’è) uno spazio protetto, un’isola di libertà all’interno di Internet, un gnessulógo, letteralmente, un’utopia. E questo è Neuromancer quasi trent’anni dopo.


Il che non sarebbe grave. La cosa disarmante è un’altra.


Scriveva Musil circa ottanta anni fa:
“(…) venne in mente [a Ulrich] che la legge di questa vita a cui si aspira oppressi sognando la semplicità non è se non quella dell'ordine narrativo, quell'ordine normale che consiste nel poter dire: «Dopo che fu successo questo, accadde quest’altro». Quel che ci tranquillizza è la successione semplice, il ridurre a una dimensione, come direbbe un matematico, l'opprimente varietà della vita; infilare un filo, quel famoso filo del racconto di cui è fatto anche il filo della vita, attraverso tutto ciò che è avvenuto nel tempo e nello spazio! Beato colui che può dire «allorché», «prima che» e «dopo che»! Avrà magari avuto tristi vicende, si sarà contorto dai dolori, ma appena gli riesce di riferire gli avvenimenti nel loro ordine di successione si sente così bene come se il sole gli riscaldasse lo stomaco. (…) Nella relazione fondamentale con se stessi, quasi tutti gli uomini sono dei narratori. Non amano la lirica, o solo di quando in quando, e se anche nel filo della vita si annoda qualche «perché» o «affinché», essi esecrano ogni riflessione che vada più in là; a loro piace la serie ordinata dei fatti perché somiglia a una necessità, e grazie all'impressione che la vita abbia un «corso» si sentono in qualche modo protetti in mezzo al caos. E Ulrich si accorse di aver smarrito quell'epica primitiva a cui la vita privata ancora si tien salda, benché pubblicamente tutto sia già diventato non narrativo e non segua più un «filo» ma si allarghi in una superficie sterminata.” (L’uomo senza qualità, Einaudi, 1972, cap. 122, pp. 629-30)

Detto tra parentesi, negli stessi anni avremmo avuto il principio d’indeterminazione di Heisenberg (1927) e il teorema di Gödel (1931).



Per questo, proprio perché è scomparsa quell’epica primitiva e perché tutto si è allargato in una superficie sterminata, per questo Leni Pökler può dire:
“Not produce. (...) Not cause. It goes all along together. Parallel, not series. Metaphor. Signs and symptoms. Mapping to different coordinate systems.” (Gravity’s Rainbow, Picador, 1983, p. 159)

E per questo, a maggior ragione, Roger Mexico può dire:
“The next great breakthrough may come when we have the courage to junk cause-and-effect entirely, and strike off at some other angle.” (p. 89)

In questo senso Gravity’s Rainbow non è un libro fondamentale solo perché Pynchon sa scrivere o perché è un romanzo multiforme, ironico, divertente, pieno di personaggi singolari. È un grande libro perché è caotico e corale, perché è privo di un centro, perché assume in sé e cerca di rendere le articolazioni della complessità.

Detto tra parentesi, in quegli stessi anni avremmo avuto la teoria dei sistemi complessi (vedi su questo Morris Mitchell Waldrop, Complessità, Istar, 1996). Un sistema complesso è un sistema sufficientemente grande, sufficientemente robusto, caratterizzato da processi di feedback positivi e negativi e da fenomeni di auto-organizzazione spontanea. In cui non esiste un centro e in cui tutto è in relazione con tutto. Dunque, totalmente deterministico, ma anche essenzialmente imprevedibile. Ovvero, non più una singola causa a cui corrisponde un singolo effetto, ma una concomitanza di cause che sovradetermina una costellazione di effetti. E questi a loro volta che retroagiscono sulle cause.
La vita, in questo senso, è un sistema complesso, così come la Borsa, il mondo dell’informazione, le perturbazioni atlantiche e ovviamente Internet che quindi è, per definizione, incontrollabile.

Tutto questo per dire che Bleeding Edge è una delusione. È un libro in cui la protagonista, Maxine Tarnow, è in scena dall’inizio alla fine. In cui tutto quel che vediamo è quel che passa attraverso il suo sguardo. Un libro pieno zeppo di riferimenti alla cultura pop di inizio secolo e di citazioni di ristoranti newyorkesi (qui è di nuovo il côté Easton Ellis a spuntare fuori, ma senza il suo sanguinoso distacco).
Un libro in cui la tradizionale paranoia di Pynchon si trasforma in banale complottismo. C’è una differenza sostanziale tra paranoici e complottisti. Entrambi pensano che tutto sia collegato a tutto, ma i secondi credono che questo abbia una spiegazione semplice. I complottisti cioè sono convinti che la SPECTRE esista realmente e che Ernst Stavro Blofeld abbia davvero un gatto persiano a cui tiene moltissimo. I complottisti sono come i bambini che per dormire hanno bisogno di farsi raccontare la favola di Babbo Natale. Un individuo, al soldo della Toys 'R' Us, che vive in promiscuità con delle renne clonate.
Così dobbiamo sentirci dire che l’11 settembre è stato un inside job, organizzato per giustificare l’avvio di una guerra globale al terrorismo ecc... (oh, please, not again).
E che Internet non è altro che un sistema di controllo perché nasce, forse non lo sapevate, dalle ceneri di ARPAnet, una rete concepita dal Pentagono per assicurarsi una continuità nelle comunicazioni in caso di attacco nucleare. Gee, Tommy, it’s like, we really  didn’t know that.
Essenzialmente, il difetto di Bleeding Edge è quello di essere una storia lineare. Piena di «allorché», «prima che» e «dopo che». Tanto che, in alcuni momenti, ci si sente così bene come se il sole ci riscaldasse lo stomaco.



In New Rose Hotel, un racconto di Gibson di una trentina di anni fa, c’è un personaggio di nome Fox che è alla ricerca ossessiva del Margine.
“The Edge was Fox’s grail, that essential fraction of sheer human talent, nontransferable, locked in the skulls of the world’s hottest research scientists.” (Burning Chrome, Grafton, 1988, p. 124)

Quello spicchio essenziale di puro, non trasferibile talento umano che Thomas Pynchon possedeva e che ora sembra aver perso.

La verità è che un bordo ha sempre due lati. Da una parte c’è il margine della ferita che sanguina (bleeding), dall’altra c’è il filo della lama che taglia. Un filo che in questo caso è smussato (blunt). Da cui il titolo di questo post.